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Agli albori della discussione sul rapporto giuridico tra D.P.C.M. a livello nazionale e decretazioni ed ordinanze di rango regionale e infraregionale, su cui avevamo già espresso la chiave interpretativa per risolvere l’antinomia, in data 25 marzo 2020 il Governo è intervenuto per modificare l’assetto delineato avocando a sé la supremazia gerarchica delle decisioni per il contenimento dell’emergenza Covid-19 e, quindi, limitando temporaneamente i poteri di Comuni, Regioni, Province autonome.

L’art. 3 del D.L. 19/2020, in vigore dal giorno seguente alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e quindi dal 26 marzo, fornisce disposizione legale per il rapporto delle misure territoriali e regionali con quelle statali: per dirlo in altri termini, il Governo ha deciso di rendere uniforme la gestione a livello nazionale dando maggior rigore ai D.P.C.M. rispetto agli atti di Regioni, Comuni e Province, specificando la validità di quelli regionali nel solo periodo transitorio intercorrente tra la pubblicazione della decisione di competenza e l’arrivo ufficiale del D.P.C.M. e determinando l’inefficacia delle ordinanze dei sindaci in contrasto con le misure statali (nota: anche con riferimento ad eventuali maggiori restrizioni che avrebbero mantenuto validità secondo quanto disciplinato dalla Costituzione italiana ma che, evidentemente, generavano confusione applicativa).

 

Art. 3 Misure urgenti di carattere regionale o infraregionale

1. Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 2, comma 1, e con efficacia limitata fino a tale momento, le regioni, in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2, esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza e senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale.

2. I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, ne’ eccedendo i limiti di oggetto cui al comma 1.

3. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano altresì agli atti posti in essere per ragioni di sanità in forza di poteri attribuiti da ogni disposizione di legge previgente.

Su tale disposizione, fermo restando il diritto del Governo a sostituirsi agli altri enti di pubblica amministrazione in virtù dell’art. 120 Cost., esprimiamo dubbi di costituzionalità che ipotizziamo saranno risolti dal Parlamento in sede di esame per la conversione in legge o, comunque, in un momento storico di superamento dell’emergenza Covid-19 nella fase più critica dove la discussione sul rapporto giuridico tra D.P.C.M. e decretazioni e ordinanze di Regioni, Comuni e Province autonome perderà interesse ancorché non muterà il significato della querelle.

Comprendiamo la necessità per il Governo di risolvere un temuto problema di natura legale, sia nel rapporto tra decreti del Presidente del Consiglio dei ministri e altri atti delle ramificazioni territoriali competenti, sia per quanto concerne la validità legale dei D.P.C.M. emessi d’urgenza che in quanto atti amministrativi non hanno forza di legge, tuttavia sul piano giuridico si ritiene discutibile e non apprezzabile la scelta operata: tale considerazione non è contro, in sé per sé, alla scelta dell’intervento con D.P.C.M. perché l’urgenza era ed è inconfutabile, ma per l’intervento di “sanatoria forzosa” mediante un decreto legge che obbligherà il Parlamento a pronunciarsi salvaguardando il periodo intercorso anche qualora le camere decidessero eccezionalmente di non convertire il testo in legge.